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COMUNE DI EPISCOPIAProvincia di PotenzaItinerario Turistico n. 2 - Intro: L'itinerario turistico n. 2 si snoda all'interno dei vicoli partendo dalla piazza sottostante al Castello medievale edificato dai Bizantini intorno al sec. VIII.Attraverso Via Roma, l'antico asse viario principale del centro storico del paese, e Via Timpone si incontreranno i principali palazzi gentilizi fino a giungere al Convento di Sant'Antonio, meraviglia barocca di Episcopia e sede della Sala Consiliare, della Biblioteca e della Mediateca.Il percorso a ritroso vi ricondurrà in piazza Arcieri transitando davanti alla Cappella dell'Addolorata ed alla Torre dell'Orologio Comunale.
- Palazzo De Salvo
- Palazzo Brando
- Palazzo Frabasile
- Palazzo Iannibelli
- Palazzo Cocchiararo
- Palazzo Crispino
- Convento di Sant'Antonio
- Palazzo Guerriero
- Cappella dell'Addolorata
- INTRODUZIONE
L'itinerario turistico n. 2 si snoda all'interno dei vicoli partendo dalla piazza sottostante al Castello medievale edificato dai Bizantini dopo la sconfitta subita a Sala Consilina nel 787 quando le truppe di Carlo Magno accorse a rinforzo di quelle Longobarde e costrinsero i Bizantini a delineare il confine dell’Impero Romano d’Oriente lungo la Valle del Sinni.
Attraverso Via Roma, l'antico asse viario principale del centro storico del paese, e Via Timpone si incontreranno i principali palazzi gentilizi fino a giungere al Convento di Sant'Antonio, meraviglia barocca di Episcopia e sede della Sala Consiliare, della Biblioteca e della Mediateca.
Il percorso a ritroso vi ricondurrà in piazza Arcieri transitando davanti alla Cappella dell'Addolorata ed alla Torre dell'Orologio Comunale.
- Palazzo De Salvo
Prima di incamminarti lungo Via Roma, alza gli occhi sulla facciata del palazzo che hai davanti: da qualche parte, tra le pietre, c'è una piccola targa metallica che quasi nessun visitatore nota. È il caposaldo di livellazione dell'Istituto Geografico Militare — il punto esatto da cui si misura l'altitudine di Episcopia, cinquecentotrenta metri sul livello del mare. Un dettaglio minuscolo per una funzione enorme: è da qui, letteralmente, che si misura quanto in alto ti trovi in questo momento.
Il palazzo che lo custodisce prende il nome dalla famiglia De Salvo, che il 20 agosto del 1788 rilevò dala Curatela Economica del Marchese di Crucoli, rimasto vedovo l’anno prima della Marchesa Reale Elisabetta Della Porta, buona parte del loro patrimonio, compresi boschi e cappelle di famiglia. Il più illustre degli eredi fu Pietro De Salvo: giurista, avvocato fiscale, poi governatore della Lucania e del Salernitano e infine presidente del Tribunale Penale. Quando morì, nel 1835, tutta Episcopia osservò il lutto pubblico — un onore che il paese non concedeva a chiunque.
Ma la storia di questo palazzo, come quella di molti altri che incontrerai lungo Via Roma, porta anche il segno di una notte molto più buia: quella dell'autunno del 1860, passata agli alle cronache del Tribunale di Potenza come “La Rivoluzione di Ottobre” quando il paese si divise in due e una folla inferocita prese ad assaltare le case dei "galantuomini" che i contadini chiamavano “scarpe lucenti” per via del rango elevato, tra cui proprio quella dei De Salvo. Fu solo l'inizio: proseguendo su questa strada, altre facciate custodiscono i segni — e i racconti — di quella stessa, lunghissima notte.
- Palazzo Brando
Proprio di fronte a te, dove oggi si trova la casa della Famiglia Conte, sorgeva la prima sede del Municipio di Episcopia: fu davanti a quel portone che, in quella notte d'autunno del 1860, tutto ebbe inizio. Il palazzo che hai di fronte, invece, apparteneva alla Famiglia Brando — di cui oggi, in paese, si sono quasi perse le tracce, ma che per tre volte diede un Sindaco a Episcopia.
C'è però un dettaglio meno noto, quasi un piccolo segreto di famiglia: Urbano Brando aderiva alla Loggia Massonica Iside Lucana e, nel 1823, la Polizia del Regno gli sequestrò documenti compromettenti — le votazioni riservate per la nomina del Venerabile della Loggia. Un episodio minimo nei libri di storia, ma che racconta bene come, dietro le facciate silenziose di questi palazzi, si muovessero anche idee pericolose per l'epoca.
Il palazzo passò poi alla Famiglia Giura e, agli inizi del Novecento, ai Chiacchio, che lo hanno di recente restaurato cercando di restituirgli la bellezza originaria.
Accanto a questa facciata, però, ne troverai un'altra che quella stessa notte del 1860 fu teatro di scene ben più violente.
- Palazzo Frabasile
Nel 1848 la Famiglia Frabasile fece costruire questo palazzo accanto a quello dei Brando. Qui, dodici anni più tardi, un bambino di appena sei anni si trovò nel mezzo di una rivolta: quella stessa notte d'autunno del 1860, la casa del Capitano della Guardia Nazionale Angelo Frabasile venne circondata da una folla armata di asce e fucili. Il portone fu sfondato a colpi di scure, una pietra colpì il capitano in volto mentre si affacciava dal loggiato per sparare sulla folla dei rivoltosi, e più tardi lo stesso Frabasile fu trascinato per le strade del paese, minacciato di morte, salvato solo dall'arrivo — provvidenziale e all'ultimo momento — della Guardia Nazionale.
Quel bambino di sei anni che assistette a tutto questo si chiamava Antonio Frabasile, e diventerà, da adulto, un raffinato grecista. Ebbe modo di conoscere di persona Giuseppe Garibaldi, quando era ancora ragazzino, durante il passaggio del generale in Lucania: un'amicizia che lo accompagnò per tutta la vita, tanto che gli inviò, ormai ventenne e da tempo residente in Grecia, una sua traduzione del dramma "Galatea". Quella copia, dedicata di suo pugno, è stata ritrovata secoli dopo nella biblioteca personale di Garibaldi a Caprera: un piccolo miracolo che lega per sempre questo palazzo di Episcopia all'isola dell'eroe dei due mondi.
Accanto a questa casa, dove tutto si è consumato in poche ore terribili, si affaccia un palazzo ancora più antico, che quella notte visse la sua parte di paura.
- Palazzo Iannibelli
Ai tempi di Gioacchino Murat, la Famiglia Iannibelli aveva molti possedimenti in Episcopia e vi era un notaio di nome Giuseppe Iannibelli i cui atti furono trovati custoditi in un luogo decisamente insolito: i forni per il pane del monastero di Santa Maria, all’epoca già abbandonato dai monaci da più di sessant’anni. Furono ritrovati lì, secoli dopo, ancora perfettamente conservati. Da quel notaio in poi, la Famiglia Iannibelli ha attraversato la storia di Episcopia dando al paese, nel corso di due secoli, una lunga serie di Sindaci.
Anche questa casa conobbe la paura della notte del 1860: Raffaele Iannibelli scampò a un colpo di fucile che il Capitano Frabasile riuscì a deviare, mentre Don Pasqualino Iannibelli venne atterrato da un colpo di bastone e più di un Iannibelli, quella notte, fu condotto al corpo di guardia con la minaccia — poi rientrata — di essere giustiziato all'alba.
Raffaele Iannibelli, che era farmacista, reagì a quella notte di paura e si intrufolò di soppiatto in un rifugio dei briganti che avevano fomentato la rivolta: si mise a cucinare fingendosi uno di loro, nascosto sotto un pesante mantello e servì a questi del vino avvelenato.
Compiuto il fatto decise di fuggire lontano ma la vendetta dei briganti lo raggiunse anche oltre oceano dove venne assassinato con un colpo di fucile alle spalle mentre partecipava ad una festa in Brasile.
Generazioni più tardi, da questa Famiglia nacque una delle pagine più luminose della storia recente del paese: il Sindaco Tonino Iannibelli, alla guida dell'Amministrazione Comunale per dieci anni a partire dal 1997, restituì ai fedeli il Convento di Sant'Antonio e fece rinascere l'antica tradizione delle mongolfiere di carta velina per la festa del Santo — una tecnica che suo padre, il Carabiniere Peppino Iannibelli, aveva appreso da giovane nel paese di Cardinale e che rischiava di andare perduta per sempre.
- Palazzo Cocchiararo
Osserva le finestre di questo palazzo: sono bifore, con una piccola colonna di pietra al centro e un arco a tutto sesto — un dettaglio architettonico raffinato che lo distingue subito dai suoi vicini più recenti. Se riesci a intravedere il cortile interno, noterai anche un pozzo antico: segno di un edificio costruito ancora prima dei palazzi Brando e Frabasile che hai appena lasciato alle spalle.
Fu proprio davanti a questa casa che, la notte del 1860, tutto cominciò a precipitare: Prospero Cocchiararo si trovò a lottare corpo a corpo con uno dei capi della rivolta per non farsi disarmare, e poco dopo il sacerdote Don Vincenzo Cocchiararo venne colpito e steso a terra davanti al proprio portone — si salvò, quella notte, quasi per miracolo, da un colpo d'ascia che lo mancò di un soffio sulla soglia di casa.
Con il tempo il palazzo passò, per via di un matrimonio, alla Famiglia Frabasile, poi a una nipote e infine alla Famiglia Donadio-Buglione, che lo abita e lo ha restaurato conservandone con cura le caratteristiche originarie che hai appena osservato.
Prosegui ora lungo Via Timpone: un'altra casa, quella stessa notte, pagò un prezzo altrettanto alto.
- Palazzo Crispino
In questa via, che porta ancora oggi il nome di Timpone, nacque nel 1895 Giuseppe Andrea Crispino, figlio di Giuseppe Antonio e Maddalena Liguori. Vent'anni più tardi la Prima Guerra Mondiale lo portò fino al Monte Pasubio, a oltre duemila metri di quota, dove morì nel luglio del 1916 mentre rafforzava una trincea appena conquistata, sotto un violentissimo bombardamento nemico.
Ma questa casa aveva già conosciuto la violenza molti decenni prima, nella stessa notte del 1860 che hai seguito lungo tutto questo percorso: i fratelli Don Nicola, Don Prospero e Don Giuseppandrea Crispino videro il proprio portone scardinato a colpi di scure, la casa saccheggiata di armi e munizioni, loro stessi percossi e oltraggiati da quella folla che quella notte non risparmiò quasi nessuno dei palazzi che hai incontrato finora.
Due storie diverse, la stessa famiglia, lo stesso coraggio silenzioso di chi resta legato alla propria terra anche nei momenti più duri — a distanza di due sole generazioni, prima in casa propria e poi su un fronte di guerra lontanissimo.
È ora di proseguire verso il Convento di Sant’Antonio dove ti aspetta la prossima tappa: lì scoprirai perché la tradizione del culto per il Santo di Padova abbia un significato così speciale per Episcopia.
- Convento di Sant'Antonio
Sei arrivato nel rione che il paese chiama, ancora oggi, semplicemente "Monastero". Qui, all'estremità est di Episcopia, i frati francescani costruirono nei secoli questo convento, arricchito nel Settecento di stucchi e decorazioni secondo il gusto barocco del tempo.
Entra e lascia che lo sguardo corra lungo le pareti: sette altari laterali scandiscono la navata, e ognuno ha qualcosa da raccontare. Sul lato destro, entrando, il primo è dedicato a Maria SS. del Rosario — ma la sua nicchia oggi è vuota: la statua fu rubata tantissimo tempo fa e non ha mai fatto ritorno. Proseguendo trovi l'altare di San Pasquale e poi quello di San Francesco di Paola, entrambi impreziositi dagli stemmi delle famiglie Della Porta e Vargas de Macchucca — un modo, per i Marchesi di Episcopia, di firmare anche qui la propria presenza.
Sul lato sinistro il percorso si apre con un arco vuoto, decorato con gli stessi motivi utilizzati nella zoccolatura della chiesa di Santa Maria del Piano, poi vi è l'altare di Santa Rosa, seguito da quello di San Francesco d'Assisi e da quello dedicato alla Madonna Assunta. L'ultimo, il quarto, è forse il più insolito di tutti: raffigura "Nostro Signore" con un dettaglio che turba appena lo si nota — nel riquadro affrescato si vede soltanto il busto della figura, non il volto, come se l'artista si fosse fermato un istante prima di svelarlo del tutto.
Ma questo altare misterioso racchiude, in realtà, una curiosa verità: qui era collocato un quadro, oggi non più esistente, all’interno della cornice a stucco che puoi vedere. Quindi in realtà la cornice non contiene l’affresco dell’Eterno ma, anzi, è stata realizzata in sovrapposizione in un’epoca successiva lasciando scoperta solo parte dell’immagine preesistente. Ecco svelato il mistero dell’immagine di Dio che altrimenti sembrebbe inspiegabile.
Di questo convento si racconta anche una storia che i più piccoli ascoltano col fiato sospeso: si narra che una donna, uscita presto la mattina del 2 novembre per andare a prendere l'acqua alla fontana, trovò la porta del convento spalancata e ne uscivano dei canti. Incuriosita entrò, si inginocchiò per pregare — e si accorse, guardandosi intorno, che tutti i presenti erano persone che conosceva bene e che sapeva essere morte da tempo. Il portone iniziò a chiudersi per intrappolarla lì con loro: lei riuscì a fuggire urlando, ma il suo mantello rimase impigliato tra i battenti, ritrovato lì la mattina dopo.
Il convento, abbandonato per decenni e chiuso al culto, fu restituito ai fedeli solo nel giugno del 1997 — proprio grazie all'Amministrazione guidata dal Sindaco Tonino Iannibelli di cui hai sentito parlare prima. Oggi ospita la Sala Consiliare, intitolata ad Antonio Frabasile — lo stesso bambino sopravvissuto alla notte del 1860 di cui hai già sentito la storia — oltre alla Biblioteca e alla Mediateca comunale: un luogo che da convento di preghiera è diventato, con il tempo, casa della memoria e della cultura di tutto il paese.
Il percorso ora torna verso la piazza: prima di arrivarci, però, ti aspetta la scoperta di un'ultima famiglia e la sua cappella.
- Palazzo Guerriero
Siamo arrivati al palazzo della mia Famiglia.
La Famiglia Guerriero infatti discende da un casato ancora più antico, i Targiani, ed è considerata da sempre tra le più illustri di Episcopia. Custodisce ancora oggi, con la cura che si riserva alle cose più preziose, una fotografia autografata da Giuseppe Garibaldi in persona, donata a un membro della famiglia in occasione del suo passaggio in Lucania.
C'è un altro tesoro, meno famoso ma altrettanto prezioso, che questa famiglia ha saputo proteggere nel tempo: un abito tradizionale femminile originale, quello indossato dalle cosiddette Pacchianelle nelle feste di paese, lo stesso che si vede indossato nelle bellissime riprese cinematografiche dell'Istituto LUCE degli anni Trenta — filmati che lo stesso Aldo Guerriero, Podestà di Episcopia in quegli anni, si adoperò a far realizzare per raccontare al mondo la Sagra del Grano e la Festa di Santa Maria del Piano.
Da quell'abito conservato con tanta cura è stata realizzata, decenni più tardi, una copia fedele — segno di come, in questo paese, gli oggetti custoditi in casa non restino mai semplici ricordi, ma tornino sempre a vivere.
Così come vive ancora tra queste mura il ricordo dei fasti settecenteschi: da questo palazzo sono nato io, Diodato Targiani il 6 luglio 1719 da Nicolò Targiani e Barbara Buglione, esponenti di una storica stirpe forense radicata nel territorio sin dal 1500.
Mi Laureai in Giurisprudenza presso l'Università "Federico II" di Napoli, e ben presto divenni una figura chiave dell'amministrazione borbonica sotto la reggenza del Primo Ministro Bernardo Tanucci. Nel gennaio 1762 fui nominato Ufficiale Maggiore della Segreteria di Stato di Grazia e Giustizia e poi fui Presidente della Regia Camera della Sommaria.
Nel 1767 guidai l'espulsione dei Gesuiti dalla Nunziatella su decreto di Re Ferdinando IV di Borbone che ordinò la cacciata dell'ordine e la confisca di tutti i loro beni nel Regno di Napoli.
E fu lo stesso Re Ferdinando IV a concedermi il titolo di Marchese il 30 ottobre 1798.
Sono orgoglioso che i miei discendenti abbiano abitato questo Palazzo fino ad oggi, e ora la nobile stirpe tramanda i suoi fasti nelle famiglie Hermann Targiani e Guerriero.
A pochi passi da qui, la Famiglia Guerriero custodisce anche un luogo di culto che porta il nome di un dolore antico.
- Cappella dell'Addolorata
Questa piccola cappella, che oggi tutti conoscono come "dell'Addolorata", nacque nel Settecento con un altro nome: era la Cappella di Nostra Signora dei Sette Dolori, di proprietà della famiglia Targiani, il cui cappellano era allora Don Francescantonio Targiani. Nei secoli, come spesso accade con i nomi delle cose, quello più lungo si è perso e resta solo il dolore — l'Addolorata, appunto — mentre la proprietà è passata, per discendenza diretta, proprio alla Famiglia Guerriero di cui abbiamo appena parlato.
Per generazioni, nella piccola via che porta lo stesso nome della cappella, si è tenuto anche il mercato del sabato e della domenica: ceste di verdura e frutta portate a dorso d'asino dai contadini dei paesi vicini, in un viavai che per secoli ha animato questo angolo oggi silenzioso di Episcopia.
Da qui il percorso ti riporta verso Piazza Arcieri, passando davanti alla Torre dell'Orologio Comunale. Prima di richiudere il cerchio, però, prova a voltarti un'ultima volta verso i vicoli che hai appena attraversato: dietro ognuna di quelle facciate silenziose — lo sai bene, ormai — si nasconde una storia che aspettava solo di essere raccontata.
Geolocalizzazioni:
Posizione itinerario n.2